
Foto di Mario Vaccarella
In Valle Caudina, ai piedi del monte Taburno, si la città di Montesarchio è dominata da una collina, il colle Ciaurno, denominata anche Torre, per la presenza della torre imponente che si lascia ammirare nella sua intera bellezza.
Il castello caudino è un monumento ricco di storia. Edificato per fini militari e di ordine pubblico, fu una delle fortificazioni più importanti della zona fino all’Alto Medioevo. La realizzazione risale all’epoca normanna e l’imponente edificio fu documentato per la prima volta nello statuto di Federico II del 1241-1246. Durante il Regno Borbonico, il fortilizio fu utilizzato per imprigionare i numerosi dissidenti politici in passato presenti nel territorio.
Ancora oggi si possono ammirare aree adibite a cortili per i carcerati, ma anche iscrizioni fatte da alcuni patrioti nelle celle interne che li ospitavano, oltre che gli incassi del ponte levatoio e del fossato che lo proteggeva. Le funzioni di prigione del castello sono state mantenute fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando venne adibito a carcere sanatorio militare, mentre a metà del secolo scorso la sua struttura divenne la sede di un orfanotrofio.
All’interno della imponente torre è allestito il Museo Archeologico Caudino, dedicato alla importante e rilevante storia della Valle Caudina, contenente notevoli testimonianze archeologiche dei centri più importanti, quali Caudium, la stessa Montesarchio, Saticula, odierna Sant’Agata de’ Goti, Telesia attuale territorio di San Salvatore Telesino, alle origini di Telese.
Grande rilevanza hanno i reperti provenienti dalla aree sepolcrali di Caudium: trattasi di corredi completi di tombe con elementi in bronzo, contenitori in ceramica nera, datati tra il VIII e il III secolo a.C., che riportano agli antichi fasti della città, che all’epoca dei fatti svolgeva una importantissima funzione economica e commerciale. Tra questi reperti, numerosi sono i crateri, vasi in terracotta dipinti nei modi più disparati. Si possono osservare ricostruzioni dei diversi tipi di inumazione, ma anche una tomba, bellissima nella sua rarità, con blocchi di pietre di tufo, risalente all’età preistorica. Ricostruito anche un villaggio preistorico, con la presenza di diversi utensili e attrezzi inerenti alla vita quotidiana che sono stati rinvenuti nelle aree limitrofe. Particolari sono le ceramiche di produzione corinzia e greca e i vasi in bucchero importati dall’Etruria o dalla più vicina Capua.
Il museo conserva anche materiale delle ricche necropoli di Saticula e Telesia.
Il reperto più importante e noto, considerato un vero e proprio gioiello ceramico, è il Cratere di Assteas. Assteas era un ceramografo e ceramista pestano, uno dei più grandi e importanti decoratori ceramografici della zona, che operava nel IV secolo a.C.. Il cratere proviene dalla Magna Grecia, fra il Mar Tirreno e il Sele, precisamente da Posidonia – Paestum, e oggi si trova nel museo di Montesarchio. Esso apporta la firma dell’artista, per cui nessun dubbio vi è sulla paternità. Inoltre, tale nome si trova anche accanto a una delle figure. “Lo ha dipinto Assteas”, cita l’epigrafe.
Il cratere è certamente uno dei più grandi mai rinvenuti, alto 72 cm e largo 60 cm, ed è conservato perfettamente integro, nonostante la sua lunghissima storia. Infatti, molti trafficanti hanno cercato di mercificare con esso, è stato conteso da più appassionati, ha girato buona parte di mondo.
Una cosa è certa: si tratta di un capolavoro. Rappresenta le origini della civiltà minoica, la più antica della Grecia, e narra del ratto d’Europa, da un lato, mentre sul retro rappresenta la scena mitologica di Dioniso, dio del vino, seguito da un breve corteo formato da menadi, un sileno e il dio Pan.

Foto di Mario Vaccarella
Fu ritrovato a Sant’Agata de’ Goti nei primi anni Settanta del secolo scorso, da parte di un operaio edile, di cognome Cacciapuoti, durante i lavori di scavo per la rete fognaria. Si trovava in una tomba ed era parte del corredo funerario. L’uomo raccolse il cratere e lo portò in casa propria, si fece fare alcuni autoscatti con la Polaroid a colori e lo vendette sul mercato nero per 1 milione di lire e un maialino. Ovviamente, il cratere, dopo tale avvenimento, cominciò a seguire la filiera di un’organizzazione criminale dedita al traffico internazionale di reperti storici, e fu depositato in Svizzera in attesa di un acquirente, finché fu venduto al Getty Museum di Malibu, in California, per 380mila dollari, ove restò in esposizione dal 1981 al 2005.
Grazie a uno degli scatti fatti dalla Polaroid, i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, al termine di lunghe e complesse indagini, sotto la guida del luogotenente Lai, riuscirono a dimostrare la reale provenienza del cratere, coinvolgendo gli Uffici del MiBAC, e convinsero la Magistratura a ottenere la restituzione del cratere dipinto a figure rosse.
A partire dal 2007 il vaso è stato esposto in diverse città europee: da Roma a Montesarchio, passando per Napoli, Paestum, Parigi, Sant’Agata de’ Goti, Milano. La storia del cratere è stata narrata in diversi articoli giornalistici e nel romanzo Il ratto di Europa – Storia del vaso di Assteas di Aniello Troiano, oltre che nel documentario di Michele Porcaro ASSTEAS – Storia del vaso più bello del mondo, a cui ha collaborato il critico d’arte Vittorio Sgarbi.